L’addio di Andy

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Andy Schleck si ritira, la notizia era nell’aria, ma fino ad oggi appassionati e tifosi speravano non fosse vero.
A 29 anni, con lo sguardo limpido e penetrante, uno dei maggiori talenti del ciclismo del XXI secolo dà l’addio al suo sport.
Dopo la caduta rimediata nel corso della terza tappa del Tour de France il suo ginocchio non ha fatto progressi, una banale caduta ha stroncato la sua carriera, ma forse qualcosa si era rotto prima: qualcosa di invisibile e impalpabile, nascosto nel profondo.
La carriera di Andy Schleck è stata intensa, esaltante: secondo al Giro 2007, secondo al Tour 2009 e 2011, vincitore del Tour 2010 e della Liegi 2009.
Un talento naturale, un talento cristallino, incontenibile, ammaliante.
Poi è successo qualcosa, qualcosa si è spezzato e Andy si è trasformato in un’ombra di se stesso. Il talento non se n’è mai andato via, era sempre lì ben presente, ma il talento non basta. E non deve essere facile passare da essere uno dei migliori ciclisti in circolazione a faticare per tenere le ruote del gruppo. E non deve essere facile accettare una situazione così, quando hai quel talento. Non sapremo mai cosa sia successo dentro di lui, ma tutti noi appassionati speravamo di poterlo rivedere davanti a tutti, primo sulle vette più alte, primo al traguardo, perché ci viene naturale schierarci dalla parte del talento. Ma non sarà più possibile, una scelta obbligata, difficile, sofferta, una scelta coraggiosa. La scelta di voltare pagina, di allontanarsi dal ciclismo, dallo sport che può darti e toglierti tanto.

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A Sunday in hell

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Le uggiose serate autunnali sono perfette per guardare un bel film dal divano di casa, io vi propongo A Sunday in hell , un documentario del 1976 diretto dal danese Jorgen Leght che racconta l’atmosfera di una delle classiche più leggendarie del calendario ciclistico: la Parigi-Roubaix.
E sul pavé, tra polvere e fango, si muovono i protagonisti dell’edizione del 1976: Eddy Merckx, Roger de Vlaeminck, Francesco Moser e Freddy Maertens.
Per nostalgici e amanti delle pietre.

Bianchi café: come iniziare bene la giornata

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Quale modo migliore di iniziare una giornata se non con un buon caffè? Ancora meglio se il caffè lo si può bere tra biciclette rigorosamente firmate Bianchi.
Se siete di Milano o siete di passaggio, una nuova tappa d’obbligo è il Bianchi Café in Via Cavallotti 8, un luogo dove ristorazione e biciclette d’eccellenza si incontrano; ma il Bianchi Café è di più, è anche un’officina, un negozio e una sorta di Museo, mentre berrete il vostro caffè potrete infatti ammirare le biciclette di Marco Pantani e Felice Gimondi. Se preferite l’epoca d’oro potete invece andare nel vip lounge dove vi aspetta Fausto Coppi.

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Un locale pronto a diventare una mecca degli appassionati di ciclismo e del marchio Bianchi.
No, non c’è modo migliore di iniziare la giornata, ma dopo riusciremo ad andare in università o al lavoro o resteremo qui ad ammirare questi gioielli?

L’acuto di Daniel Martin

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Il Giro di Lombardia ha un sapore speciale: un sapore dolce-amaro; il sapore che solo una grande classica ricca di storia può avere, ma porta con sé anche un velo di malinconia, come l’ultimo giorno di scuola. E così oggi a Bergamo si sono riuniti migliaia di tifosi e appassionati e hanno salutato il plotone colorato, oggi all’ultima grande gara della stagione, lo hanno applaudito per la faticosa stagione corsa e l’hanno salutato, e sorridendo gli hanno sussurrato “ci si vede l’anno prossimo”.
E all’ultima grande classica è stato Daniel Martin a trionfare, l’irlandese della Garmin si è riscattato da una stagione sfortunata e ha tagliato il traguardo per primo. Beffato, neanche a dirlo, Alejandro Valverde, secondo, che va comunque a conquistare la classifica UCI, e l’ex campione del mondo Rui Costa.
Chi oggi è stato sfortunato è stato il neo campione del mondo, Michael Kwiatkowski, che si era presentato al via emozionato ed eccitato, per lui era la prima gara con la maglia iridata, un giorno speciale, ma il polacco è stato colto dai crampi non ha potuto lottare, nonostante ciò è arrivato alla fine onorando il suo simbolo del primato.
Chi ha lottato è stato Fabio Aru, che ha chiuso 9º dopo una stagione in cui ha fatto il grande salto di qualità, e con lui hanno lottato anche i Cannondale e il solito Alessandro De Marchi, per loro l’ultima volta con la maglia verde e la fine di un’epoca che ha segnato il ciclismo italiano.
Si è così conclusa questa domenica soleggiata, ma è come se si fosse conclusa l’intera stagione ciclistica e con il filo di voce che mi rimane mi viene da sussurrare “Ci si vede il prossimo anno, fate i bravi”

Italia sì o Italia no?

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Il mondiale di ciclismo su strada si è concluso ieri alle 16.30 circa con una splendida vittoria di Michal Kiawtkowsky, da allora un continuo susseguirsi di opinioni, critiche o elogi alla nazionale italiana. E la domanda che chiunque si è posto è: l’Italia ha corso bene?
Prima di tentare qualsivoglia analisi è necessario essere coscienti di una cosa: oggi come oggi l’Italia non ha un uomo da corse di un giorno.
Detto e chiarito ciò, in molti hanno criticato le scelte di Davide Cassani e in molti avrebbero voluto Pozzato o Gasparotto, o avrebbero preferito corressero i due giovani Formolo e Zardini, relegati invece al ruolo di riserve. Che piaccia o no loro non hanno corso, Cassani non ha pensato a loro quando ha pensato alla sua Nazionale, e sarebbe inutile continuare a discutere su come sarebbe stato, meglio analizzare la gara di ieri.
L’Italia ha iniziato ben presto a fare corsa dura, nel tentativo di sfiancare gli avversari meno resistenti, e ci è riuscita, infatti sono stati Fabio Aru e Giovanni Visconti a infiammare la gara. Proprio su questo punto in molti muovono le prime critiche sostenendo che i due si sarebbero dovuti muovere più tardi. Giovanni Visconti ha molta esperienza e si conosce, se ha deciso di muoversi quando mancavano così tanti chilometri al traguardo, lo ha fatto perché probabilmente sapeva che poteva dare una mano in quel momento, e non l’avrebbe potuta dare in seguito. Trovo che sarebbe stato interessante vedere Fabio Aru in forze all’ultimo giro, nella sua accelerata ha mostrato quanto buona fosse la sua gamba e difficilmente sarebbe riuscito a seguire Kwiatkowski, ma probabilmente sarebbe stato il più fresco degli italiani.
Dopo Visconti e Aru è entrato in scena De Marchi, che con la sua solita grinta si è messo in luce e ha contribuito a rendere più dura la gara.
Ben tre uomini si sono mossi per fare corsa dura, quindi nel finale ci si aspettava un attacco di Nibali. Vincenzo Nibali è scivolato a inizio gara, apparentemente senza riportare conseguenze, è stato coperto tutto il giorno, e dopo il lavoro della squadra era inevitabile aspettarsi quantomeno un suo tentativo, invece niente. La tattica adottata dalla Nazionale mi porta a sostenere che tutto era preparato per un attacco di Nibali. Difficilmente Vincenzo sarebbe arrivato solo al traguardo come ha fatto il polacco, perché la sua condizione non era paragonabile a quella del Tour, ma un suo tentativo avrebbe giustificato il lavoro svolto.
La tattica adottata dalla Nazionale italiana era quella giusta, si è corso con coraggio e con grinta, si è deciso di correre all’attacco: caos organizzato, purtroppo sono mancate le gambe nel finale, è mancato quel qualcuno che tentasse l’impresa o che riuscisse a tenere le ruote del gruppetto formatosi dietro a Kwiatkowski. Purtroppo non si possono sempre avere corridori come Moser, Saronni, Argentin, Bugno o Bettini solo per citarne alcuni.
Una Nazionale non si giudica solo dalle medaglie e per questo giudico la prova tutto sommato soddisfacente. Certo, con una medaglia sarebbe stato diverso, ma bisogna anche guardare al futuro, e questa è una Nazionale che, con inevitabili cambiamenti, potrà dire la sua.

Kwiatkowski il nuovo Re!

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È Michal Kwiatkowski, 24 anni, ad andare a conquistare la maglia iridata. Il polacco fa lavorare la squadra già a inizio gara, poi all’ultimo giro se ne va tutto solo in discesa, aumenta il suo vantaggio sull’ultimo strappo, mostra le sue ottime doti da discesista e va ad alzare le braccia al cielo al traguardo di Ponferrada.
24 anni, volto da ciclista del passato, nome ostico e ruvido come i suoi attacchi, posizione sulla bici da campione, potenza e coraggio, sferra un attacco micidiale: forte, potente, ragionato, da vero fuoriclasse.
Quest’anno la vittoria alle Strade Bianche, un Tour de France all’attacco, i campionati polacchi, la Vuelta ao Algarve e ora il campionato del mondo.
Una vittoria straordinaria, Kiatokowski stenta quasi a crederci, e con la voce emozionata e tremula dedica la vittoria alla fidanzata, alla famiglia e alla Polonia intera.
Simon Gerrans va a prendersi la medaglia d’argento, Alejandro Valverde l’ennesimo podio, un bronzo.
L’Italia, dopo aver infiammato la gara e aver continuato ad attaccare, è rimasta tagliata fuori nel finale.
Ma oggi è il giorno di questo ragazzino che oggi è diventato grande, ed è entrato tra i grandi, e che l’anno prossimo indosserà la sua maglia iridata e continuerà a mostrare la sua incredibile classe.

Testa bassa e pedalare: la nuova generazione

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Essere degli anni Novanta significa essere cresciuti con le carte dei Pokemon e il Tamagotchi in tasca, la fabbrica dei mostri o delle bambole e Holly e Benji al pomeriggio, ma vuol dire essere anche la generazione dei bamboccioni, della crisi economica, finanziaria, dei valori.
La generazione che è nata con Bugno e Chiappucci, ha mosso i primi passi con Pantani, è cresciuta negli anni di Armstrong e Ullrich ed è entrata nell’adolescenza con l’Operacion Puerto e la crisi del ciclismo, della sua credibilità.
E nel ciclismo la generazione degli anni Novanta, coscientemente o incoscientemente, ha scelto di seguire una linea ben precisa in risposta al passato: testa bassa e pedalare.
Ne è uscita così una generazione ciclistica fatta di ragazzi semplici, determinati. Ragazzi di poche parole e di tanti fatti, che si sono fatti largo tra i grandi divi del ciclismo, impegnati troppo spesso in selfie e brindisi. Ragazzi meticolosi, precisi, forti, che parlano poco e pedalano tanto. Ragazzi con le palle.
E Davide Cassani, C.T. della Nazionale, ha deciso di premiarli e per Ponferrada ha convocato Fabio Aru e Davide Formolo, due che con le stimmate del campione ci sono nati, ma non si sono adagiati sugli allori (o meglio, non si sono sdraiati sul divano a giocare al Game Boy). Due che si sono detti che se nasci così dotato non puoi deludere le aspettative, quindi meglio allenarsi, e tanto.
E così Fabio Aru al Giro d’Italia ha alzato le braccia al cielo a Monte Campione, si è classificato terzo in classifica generale e poi è scappato via dalle telecamere per preparare la Vuelta. Risultato? Due tappe vinte e un 5° posto dietro i mostri del ciclismo. Classe 1990, fisico longilineo, sorriso contagioso e coraggio di attaccare i migliori ciclisti in circolazione, i grandi.
Davide Formolo, ancora più piccolo, classe 1992 e il viso paffuto e simpatico di un ragazzino, ma la grinta di un leone, si è fatto conoscere da tutti al Campionato Italiano, unico a tenere la ruota di Vincenzo Nibali, che di anni ne ha 10 in più e ha vinto Giro, Tour e Vuelta. Dopo aver sfiorato la maglia tricolore la Roccia è tornato ad allenarsi e si è messo in bella mostra nelle gare in Canada: corridore completo, forse il più completo tra i giovani italiani, già l’anno prossimo potrà avere i gradi di capitano, e se a 22 anni non ti stacchi da Nibali in salita, non so di cosa potresti essere capace a 23.
E poi ci sono Sonny Colbrelli e Edoardo Zardini, due che magari non sono nati campioni con la C maiuscola, ma che non hanno mai mollato, hanno tirato fuori le palle e con la determinazione e l’ostinazione dei ventenni hanno vinto, e si sono aggiudicati una maglia azzurra.
Edoardo Zardini, classe 1989, di Peschiera sul Garda, dopo un inizio di carriera in sordina, pedalata dopo pedalata, è cresciuto, e quest’anno ha colto una vittoria di tappa al Giro del Trentino e una al Tour of Britain, battendo gente con nomi e gambe importanti. Sonny Colbrelli, ventiquattro anni, un nome esuberante e tanti piazzamenti, tra cui un 6° posto alla Milano-Sanremo e un 2° alla Tre Valli Varesine, ma anche la vittoria al Memorial Pantani e al GP Industria e Commercio. Due ragazzi seri, onesti, precisi, con la testa ben salda sulle spalle, determinati, coraggiosi.
Fabio, Davide, Edoardo e Sonny, la nuova generazione italiana del ciclismo ha il loro volto e la loro grinta, ma soprattutto ha un motto: testa bassa e pedalare.
Perché se pedali, vinci.

Sonny, la nuova generazione che avanza

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Sonny Colbrelli si impone nel Memorial Pantani, il giovane ciclista della Bardiani dimostra di essere in grande forma e di aver meritato la convocazione in Nazionale per Ponferrada.
Alla Tre Valli Varesine Sonny è stato bluffato allo sprint dallo svizzero Albasini, dopo il traguardo era deluso, amareggiato, ma come premio alla sua costanza e al suo impegno, pochi minuti dopo, il suo nome è stato pronunciato dal C.T. Davide Cassani tra quelli dei convocati al Mondiale. Una maglia azzurra per un ragazzo semplice, umile, determinato.
E oggi la sua vittoria ha un sapore speciale, in parte di rivincita, dopo il secondo posto alla Tre Valli, in parte di ringraziamento per la fiducia di Cassani, e poi perché la vittoria arriva nella gara in memoria di Marco Pantani, a 10 anni dalla sua scomparsa.
Sonny appartiene alla nuova generazione del ciclismo italiano, alla generazione degli anti-divi, dei ragazzi a cui non è mai stato regalato nulla e che quello che hanno ottenuto arriva da impegno, dedizione, passione. Sonny appartiene a quella generazione che si sta preparando a dominare il ciclismo, o quantomeno a esserne protagonista attivo e esempio positivo per migliaia di ragazzini che sognano le due ruote. La generazione che è stata premiata da Cassani con le convocazioni in nazionale: Colbrelli, Formolo, Zardini, Aru.
E che lo show abbia inizio!

Giro d’Italia per Contador

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Contador non si ferma mai e subito dopo aver conquistato la sua terza Vuelta (il suo sesto grande giro in carriera) ha già iniziato a pensare alla stagione 2015. E così oggi pomeriggio ecco l’annuncio: il primo obiettivo per il 2015 sarà il Giro d’Italia. Che il Pistolero abbia intenzione di provare a mettere a segno quella che sarebbe una storica doppietta Giro-Tour? O che voglia davvero fare Giro, Tour e Vuelta nello stesso anno, come preannunciato dal quotidiano spagnolo Marca all’indomani della vittoria in Spagna?
Di sicuro la sua è stata una scelta coraggiosa: il percorso non è ancora stato svelato, si conoscono solo le prime tre tappe (saranno tutte e tre in Liguria) e la tappa che terminerà a Madonna di Campiglio (tappa impegnativa per scalatori, ma non eccessivamente dura). Così mentre gli altri ciclisti che potrebbero puntare alla vittoria finale si nascondono e aspettano di conoscere il percorso prima di fare una scelta, lui mette subito tutte le carte in tavola, scegliendo di non nascondersi, fin da subito.
Una notizia che fa sicuramente felici tutti i fan italiani di Contador, ma anche gli organizzatori che, salvo imprevisti, vedranno una star di primo piano alla partenza. Vedremo quasi sicuramente Contador battersi con i giovani italiani Fabio Aru e Davide Formolo, ma anche, forse, con Vincenzo Nibali, che sembra però prediligere l’idea di puntare nuovamente al 100% sul Tour de France. Di sicuro, invece, il meno felice della notizia sarà il giovane Majka che, stando così le cose, può dire addio al sogno di essere capitano al Giro d’Italia.
Alberto Contador proverà così a bissare il suo successo nella corsa rosa, dopo quello ottenuto nel 2008 (e quello, poi revocato, del 2011) e magari, con lo spagnolo, potrebbe fare la sua prima comparsa al Giro anche Peter Sagan, che il prossimo anno sarà compagno di squadra di Contador alla Tinkoff.
Contador non ha mai nascosto la sua passione per la corsa rosa e anche oggi, durante l’annuncio, ci ha tenuto a ribadire che considera l’Italia la sua seconda patria, grazie all’affetto che la gente gli ha sempre mostrato e grazie alla grande storia e tradizione ciclistica italiana e proprio da qui nasce il suo desiderio di puntare al Giro nel 2015.
Il Giro ancora non è stato presentato e già si preannuncia essere un grande spettacolo!

Ponferrada: tiriamo le somme

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Poco fa, in diretta televisiva, il C.T. Davide Cassani, un po’ scuro in volto, ha annunciato i nomi degli azzurri per Ponferrada:

  1. Fabio Aru
  2. Daniele Bennati
  3. Damiano Caruso
  4. Giampaolo Caruso
  5. Sonny Colbrelli
  6. Alessandro De Marchi
  7. Davide Formolo
  8. Vincenzo Nibali
  9. Manuel Quinziato
  10. Giovanni Visconti
  11. Edoardo Zardini

Tra questi 11 ciclisti saranno 9 quelli che correranno il mondiale.
Ciò che sta già facendo più discutere è la mancata convocazione di Filippo Pozzato, e subito l’opinione pubblica si è divisa in due: coloro per cui è giusto che Pozzato rimanga a casa, perché reduce da una stagione totalmente anonima, e quelli che avrebbero voluto vederlo in azzurro, dato che nelle ultime gare ha dimostrato di avere una buona condizione, ha esperienza, e il percorso poteva essere adatto a lui. Lasciandolo a casa Cassani lancia così due messaggi: bisogna far largo ai giovani e ci vuole impegno e costanza durante tutto l’anno; che si condividano o meno, sembrano questi i due ideali fondatori della Nazionale azzurra e i due principi alla base delle sue scelte.
Altra assenza importante è quella di Enrico Gasparotto, al suo posto convocato, invece, Giovanni Visconti. Più prevedibile l’assenza di Matteo Trentin, vincitore di una splendida tappa al Tour de France, ma in condizione non ottimale e di Giacomo Nizzolo, il percorso potrebbe infatti essere troppo impegnativo.
E proprio seguendo la sua idea di Nazionale sono molti i giovani convocati da Cassani e le belle sorprese, tra cui Davide Formolo che, nonostante la giovanissima età (è classe 1992) ha già dimostrato di essere un ottimo corridore, di avere grande maturità, e di avere una grande condizione, come ha dimostrato nelle recenti gare in Canada. Oltre a Formolo tra i convocati più giovani ci sono Fabio Aru, vincitore di due tappe all’ultima Vuelta e 5° in generale, Sonny Colbrelli, che oggi ha colto un ottimo secondo posto alla Tre Valli Varesine e Edoardo Zardini, protagonista al Tour of Britain.